La pittura: cenni storici e curiosità ( prima parte)

Scritto da: Annamaria D'Andrea In: Partidarte Su: giovedì, marzo 16, 2017 Colpire: 130

Nel corso della storia della pittura molte sono state le evoluzioni che hanno accompagnato lo sviluppo delle tecniche artistiche e dei loro supporti. Ci sono voluti secoli di esperimenti e di intuizioni per arrivare a raffinare quelli che noi conosciamo come semplici “colori” o per rendere sempre più validi i supporti.

Basti pensare che già gli antichi Egizi usavano la tela o il legno come supporti per le loro raffigurazioni. Quest'ultimo supporto molto usato nel Medioevo e anche da alcuni pittori rinascimentali, era di facile reperibilità, leggero e abbastanza trasportabile. La scelta del tipo di legno naturalmente cambiava a seconda della nazione e del territorio, in Italia ad esempio veniva usato il Pioppo.

La tela invece prende piede verso 1300 quando si inizia ad utilizzarla per gli soggetti sacri. Nonostante però gli evidenti vantaggi rispetto ad una tavola di legno, la tela prese piede lentamente, mi spigo meglio: abituati al pregiato legno ci volle del tempo per accettare l'idea che fosse sostituito da una trama di filamenti; al contrario ai giorni nostri la maggior parte dei committenti vogliono come supporto la tela, non importa il soggetto o che la tecnica sia adatta anche con altri supporti, magari più pregiati (come una bella carta senza colla, fatta a mano ecc.), sembra quasi che se non sia su tela valga poco.

Dicevamo... solo verso il XIV secolo si inizia a diffondere la Tela come supporto e naturalmente anche questa come il legno aveva bisogno di una preparazione adeguata ad accogliere il colore ed è a questo punto che entrano in scena le mestiche o imprimiture che ne uniformano il supporto, influenzano la texture e il colore del dipinto. La mestica è composta da un collante e da una sostanza inerte come il gesso (minerale tenero costituito da solfato di calcio, CaSO4•2(H2O)....sto forse esagerando nell’approfondire), il collante può essere o una colla di origine animale o dell'olio, oppure un'emulsione di questi. Io utilizzavo la colla di coniglio, il gesso di Bologna, la glicerina e se non sbaglio un anti-microbico come l’aceto poiché i collanti sono sostanze organiche (ancora ricordo l’olezzo della colla di coniglio...impresso anche nella memoria delle mie coinquiline dell'epoca). Negli anni che si avvicendano verso il 1700 già era possibile acquistare mestiche pronte all'uso. Alcuni artisti preferivano impiegare per preparare il fondo del supporto, delle sostanze che lo rendevano bruno in modo da dipingere facendo emergere i chiari e da utilizzarlo come colore di fondo. Ma i colori che si utilizzavano non erano proprio quelli che sono arrivati a noi , non tutti per lo meno.

La cosiddetta “tavolozza” ovvero la gamma dei colori di cui disponiamo ha avuto delle evoluzioni e miglioramenti notevoli del corso della storia, un evoluzione affascinante che parte sicuramente dalle prime rudimentali polveri utilizzate nelle caverne nel 14000 a. C., ottenute da terre, legno bruciato, ossa e gesso. Fin dagli antichi Egizi i colori venivano ottenuti mediante la polverizzazione di minerali naturali e si scoprì che alcune polveri, se cotte, cambiavano il colore (per esempio colori per ceramica); dall'industria ceramica infatti derivano i primi pigmenti inorganici artificiali sul mercato ovvero il blu smalto e il bianco di piombo (trattasi di pigmento tossico a base di piombo, solubile in acido nitrico e molto coprente), quest'ultimo praticamente spodestato solo nel 1830 dal bianco di zinco. Differentemente da come si può immaginare i romani non contribuirono molto nell'arricchire le gamme cromatiche anche se da esperti tintori è da attribuirgli i colori porpora, indaco e il famoso verderame (di colore verde azzurro ... non ho mai sopportato il nome di questo colore! Dovrebbero chiamarlo color ossidazione del rame semmai). Ma a partire dall'anno 1200 la famosa “tavolozza” cresce, grazie ancora ad artigiani in svariati campi, ed ecco che entra a far parte di questa il giallorino e il rosso proveniente dalla robbia ( mi ci sono tinta i capelli con quest'ultima, con l'aggiunta dell'amla e dell'henné...io faccio esperimenti ma non scopro mai nessun colore).

Gli Arabi introducono dei colori importanti come il vermiglione e il blu oltremare. Quest’ultimo era ottenuto da una pietra semipreziosa come il lapislazzuli ( importati principalmente dall'oriente, quindi “oltremare”) e dato il costo elevato è facile capire come venisse usato con parsimonia e utilizzato maggiormente per l'iconografia della madonna. Era considerato il blu per eccellenza e quindi mescolarlo con altri colori era un eresia. Tranne per il blu di Prussia e il giallo di Napoli dobbiamo aspettare fino al XIX secolo e l'evolversi delle industrie chimiche per assistere ad una vera esplosione di colori, ad esempio: giallo di cadmio, giallo cromo, il blu oltremare ricavato da carbone di legna e zolfo, il verde smeraldo, il giallo cobalto e altri nove pigmenti galli. Nel 1856 vede la luce un violetto che da il via libera a una vasta gamma di porpore intense. E’ da sottolineare come già nel Rinascimento artigiani e commercianti si misero a disposizione degli artisti per fornirgli degli adeguati strumenti per dipingere, ma dal 1789 la nascita di alcune fabbriche che persistono ancora oggi come George Ronwney & Co. ( oggi Daler& Rowney http://www.partidarte.it/14-daler-rowney ), e nel 1832 William Winsor e Henry Newton danno origine ad una società di prestigio (http://www.partidarte.it/232-winsornewton ). Al giorno d'oggi sono pochi i pittori che si preparano i colori da soli e trovo commovente quando nei film scorgo quella gestualità che oggi è assai rara della mescola del pigmanto, ad esempio nel film “La ragazza con l'orecchino di perla” o nell'ultimissimo film “The Danish Girl”.

Fine prima parte